Castello di Montalbano Elicona
Il castello sorge in piazza Castello, nel cuore del centro storico del borgo medievale, un tempo parte del Val Demone. In oltre otto secoli di storia è passato più volte di proprietà per vicende alterne e spesso oscure, tra dominazioni normanne, sveve, aragonesi e spagnole, riflettendo negli scambi di proprietà l'intera storia politica della Sicilia. La prima documentazione scritta si deve al geografo arabo Idrisi, che nel 1154, nel suo Libro di Ruggero — redatto alla corte di Ruggero II d'Altavilla — annovera il sito come torre di guardia quadrangolare provvista di cinta difensiva. Il nucleo sommitale originario nacque in epoca normanna, tra XI e XII secolo, come presidio militare; ma per la sua posizione a oltre 900 metri sul livello del mare si rivelò presto inefficace come baluardo a controllo della costa e delle vie d'accesso tirreniche. Fu l'imperatore Federico II di Svevia, nel Duecento, a imporre un nuovo assetto al centro medievale, ribellatosi alla promulgazione delle sue Costituzioni di Melfi (1231): l'imperatore demolì parzialmente il primitivo maniero e deportò gran parte della popolazione ad Agrigento. La totale riedificazione della fortezza fu portata a termine solo più tardi dal pronipote Federico III di Sicilia, tra Duecento e Trecento, con l'aggiunta di una torre poligonale a settentrione e, secondo le fonti, l'intervento dell'architetto Riccardo da Lentini. Sotto Federico III il quadrilatero divenne una vera residenza per i soggiorni estivi della corte, dotata dei più avanzati sistemi di controllo dell'epoca. Fu proprio in questi anni, tra la fine del Duecento e l'inizio del Trecento, che il castello si trovò al centro delle tensioni sfociate nei Vespri Siciliani: la contesa tra la fazione latina, legata agli Angioini, e quella aragonese, sostenuta dal matrimonio dinastico tra Pietro III d'Aragona e Costanza di Svevia. Nel 1299 Giacomo II d'Aragona sbarcò a Patti schierandosi contro il fratello Federico III, e solo con la Pace di Caltabellotta del 1303 i montalbanesi poterono riappropriarsi della loro città semidistrutta. Nei secoli successivi il castello passò di mano tra numerose famiglie nobiliari: dai baroni Alagona ai Cesareo, dai Romano — che lo tennero a lungo tra Tre e Cinquecento — fino ai Bonanno, che ne divennero proprietari nel 1587 e ne restarono signori come duchi di Montalbano fino all'Ottocento. Nel 1805 il nobile Giuseppe Bonanno Branciforti cedette l'edificio all'Ordine dei Gesuiti, che vi insediò un monastero; nel 1921 divenne sede del Comune di Montalbano Elicona; dal 1967 è aperto al pubblico. Oggi, di proprietà comunale e restaurato in più campagne, ospita spazi espositivi, il Museo delle Armi e il centro per lo sviluppo del borgo medievale.
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La torre d'avvistamento
Il primitivo nucleo del castello, risalente all'XI-XII secolo, in piena epoca normanna, è la torre d'avvistamento quadrangolare che il geografo arabo Idrisi descrisse già nel 1154 come presidio difensivo a controllo del territorio circostante, nel celebre Libro di Ruggero dedicato al re normanno Ruggero II. È il punto più antico dell'intera fortificazione, attorno al quale si sono stratificati nei secoli tutti gli ampliamenti successivi, dall'intervento di Federico II di Svevia fino alla trasformazione in residenza reale voluta dal pronipote Federico III. (Foto: Effems, Wikimedia Commons, CC BY-SA 4.0)
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Il cortile interno
Il cortile interno distribuisce gli accessi alle diverse ali del castello: l'ala ovest, un tempo adibita a sala conferenze, l'ala sud con le sale delle armature e degli abiti reali, e l'ala est, che ospita gli strumenti musicali medievali. È tra queste mura che nel 1348 si ritirarono il re Ludovico di Sicilia e sua madre Elisabetta di Carinzia, ed è qui che nei secoli seguenti si succedettero i feudatari che tennero il castello: dal Gran Cancelliere Matteo Palizzi, assassinato in un tumulto popolare nel 1353, ai baroni Alagona, fino alla famiglia Romano che ne fu proprietaria per gran parte del Tre e Quattrocento. (Foto: Effems, Wikimedia Commons, CC BY-SA 4.0)
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Lo scalone monumentale
L'ingresso principale del castello, con il suo scalone monumentale, fu concepito sotto Federico III di Sicilia, tra fine Duecento e inizio Trecento, come biglietto da visita di una vera residenza reale. Le numerose feritoie disposte su un raggio di oltre 270 gradi, i camminamenti di ronda e le merlature convivono con grandi finestre al piano nobile e con l'assenza di bastioni, fossati o ponti levatoi: la prova che la fortezza, pur mantenendo un aspetto difensivo, era ormai pensata soprattutto per gli ozi e i diletti della corte reale in villeggiatura. (Foto: Effems, Wikimedia Commons, CC BY-SA 4.0)
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La Cappella Palatina della Santissima Trinità
All'interno del maniero si trova la Cappella Palatina della Santissima Trinità, privilegio esclusivo dei sovrani: una tricora o cuba di probabile origine bizantina, coeva alla primitiva chiesa duecentesca dei Santi Pietro e Paolo che diverrà, secoli dopo, dopo la ricostruzione del 1646, l'attuale Basilica di Santa Maria Assunta e San Nicolò Vescovo. All'interno della cappella si trova la lapide di Arnaldo da Villanova, medico, matematico e alchimista vissuto tra Duecento e Trecento, consigliere della Corona d'Aragona e ospite più volte del castello durante i soggiorni della corte. Morì nel 1311 durante un viaggio nei pressi del porto di Genova, per cui la targa marmorea ha verosimilmente solo funzione commemorativa. La tomba è stata inaugurata e valorizzata il 7 maggio 2015, in occasione del primo convegno internazionale di studi dedicato alla sua figura. (Foto: Effems, Wikimedia Commons, CC BY-SA 4.0)
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Le leggende del castello
Attorno al castello sono fiorite nei secoli numerose leggende popolari. La più suggestiva racconta di una fitta rete di cunicoli segreti che si snoderebbe sotto l'intero borgo: gallerie che, secondo la tradizione orale locale, servivano come vie di fuga per i castellani in pericolo, collegando il maniero alla contrada Cicero, al quartiere Giardino, al Portello, alla Fonte Tirone e persino al Convento di Sant'Antonio, ben oltre le mura del centro storico. Quanto ci sia di vero in questi racconti resta materia di tradizione più che di documentazione storica certa, ma contribuiscono a rendere il castello, ancora oggi, un luogo avvolto da un alone di mistero che si aggiunge alla sua già lunga e turbolenta storia.
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